La legge sui partiti sta al M5S come il conflitto di interessi sta al PdL

Posted on marzo 10, 2013

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Il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani ha messo in mezzo agli “Otto punti per un governo di cambiamento” (o meglio, fra i sottopunti del terzo punto):

Legge sui Partiti con riferimento alla democrazia interna, ai codici etici, all’accesso alle candidature e al finanziamento.

Il punto sta facendo discutere perché non c’è la totale abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, chiesta anche da Matteo Renzi a Che tempo che fa. Proprio per replicare al sindaco di Firenze il PD ha pubblicato una nota:

Siamo intenzionati e pronti a rivedere il finanziamento ai partiti, dentro a norme che riguardino anche essenziali garanzie di trasparenza e di democrazia nella loro vita interna. In una democrazia costituzionale una formazione politica che si presenta alle elezioni per governare dovrà pur dare qualche garanzia democratica. O forse è questo un tema meno rilevante rispetto a quello dei finanziamenti?

Giustamente in molti fanno notare che questa ostinazione a difendere il finanziamento pubblico (anche se con argomenti non infondati) in questo periodo è abbastanza suicida. Dentro però c’è anche un’altra cosa: un tentativo di attaccare Grillo sulla mancanza di democrazia interna e sulla scarsa trasparenza del M5S.

E qui arriviamo all’equazione che dà il titolo a questo post. La legge sui partiti sta al Movimento 5 Stelle come la legge sul conflitto di interessi sta al Popolo della Libertà. Anzi, è pure peggio: la legge sul conflitto di interessi metterebbe fuori gioco Berlusconi ma non il PdL in sé. (Certo, solo in teoria, perché in pratica è chiaro che senza Berlusconi il PdL non esiste.)

Una legge sui partiti invece non metterebbe semplicemente fuori gioco Beppe Grillo, ma il M5S in sé, visto che non ha nemmeno una forma giuridica precisa: è infatti una non-associazione con un non-statuto, dal punto di vista giuridico nulla. Problema in teoria non insormontabile in realtà, nulla impedisce al M5S di diventare una vera associazione. Ma in pratica se questa legge sui partiti venisse fatta in modo serio il movimento difficilmente potrebbe continuare a funzionare nel modo per molti aspetti oscuro in cui funziona ora, e forse non funzionerebbe più.

Utile qua citare un articolo di Maurizio Stefanini scritto sul Foglio prima delle elezioni (una vita fa, ormai):

Insieme alla minaccia di rivedere il conflitto di interessi, la riforma legislativa della forma partito è chiaramente una spada di Damocle su un Pdl che le primarie non è riuscito a farle, ed è tornato al Cav. Ma non solo. Come ha chiosato Dario Franceschini a Cesena il 15 febbraio, una “legge sui partiti che imponga maggiore trasparenza sui finanziamenti per tutti” ci vuole anche “perché ad esempio il M5s ha regole ignote”. Dunque, “è una delle prime cose che proporremo in Parlamento”.

Il problema è che una legge (vera) sul conflitto di interessi e una legge (vera) sui partiti verrebbero vissute rispettivamente da PdL e M5S come attacchi al proprio cuore, e quindi potremmo immaginare come minimo manifestazioni di piazza. Il PD non ha mai avuto il coraggio di fare la prima: qualcuno pensa che avrebbe il coraggio di fare la seconda?

La “sfida” di Bersani al M5S non pare molto credibile, e forse per questo sembra non sia stata nemmeno colta. D’altronde sembra che alla maggior parte degli italiani la questione della democrazia interna ai partiti non interessi.

Al limite, se vogliamo fare un po’ di fantapolitica possiamo immaginare questa possibilità: questo parlamento comincia effettivamente a lavorare e il M5S propone una legge vera sul conflitto d’interessi. Grande opposizione del PdL ma passa con i voti del PD. Il PdL si “vendica” e propone una legge sui partiti. Grande opposizione del M5S ma passa, sempre con i voti del PD. Sarebbe buffo vero?

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